{"id":28701,"date":"2015-09-06T10:07:16","date_gmt":"2015-09-06T08:07:16","guid":{"rendered":"http:\/\/new.alagna.it\/?page_id=28701"},"modified":"2022-05-02T18:52:20","modified_gmt":"2022-05-02T16:52:20","slug":"la-storia-dellovovia-del-belvedere-2","status":"publish","type":"page","link":"https:\/\/www.alagna.it\/en\/history\/la-storia-dellovovia-del-belvedere-2\/","title":{"rendered":"La Storia dell'Ovovia del Belvedere"},"content":{"rendered":"\n<p><strong>C\u2019era una volta un paese tra le montagne<\/strong>; un paese orgoglioso, presuntuoso e ambizioso. C\u2019erano uomini e donne selvatici ma curiosi e soprattutto fieri di essersi affrancati dalla servit\u00f9. C\u2019era e c\u2019\u00e8<strong> Alagna\u2028, negli anni 50 del 1900<\/strong>, nel <strong>paesello<\/strong> sospeso <strong>tra le montagne<\/strong>, fu costruita un\u2019ovovia per dare sprint all\u2019albergo Belvedere, imponente struttura appoggiata sul Belvedere di Otro, pubblicizzato come punto tappa per la salita alla Capanna Margherita; un progetto temerario, primo passo verso il sogno di raggiungere il Monte Rosa con gli impianti, che avrebbe fatto poi la fortuna di Alagna.\u2028 L\u2019<strong>albergo fu costruito agli inizi del \u2019900 dalla famiglia Igonetti<\/strong>. La sua costruzione gett\u00f2 la famiglia in cattive acque e l\u2019albergo fu ceduto alla famiglia Grober che lo termin\u00f2 e lo avvi\u00f2. Aperto nel periodo estivo, gi\u00e0 nel dopoguerra era attivo e conosciuto. Nel marzo del '45 si festeggi\u00f2 il matrimonio di Joccu Chiara, nel '46 Adriano Fuselli partecip\u00f2 a un campo scout e ball\u00f2 nell\u2019albergo tutta la notte. Posto a <strong>1890 m di quota<\/strong>, con <strong>vista spettacolare sul paese e sul monte Rosa<\/strong>, aveva 28 camere con acqua corrente, un bar, una sala da pranzo, una sala privata detta \u201cstanza dei camosci\u201d dove era collocata la televisione e una sala \u201cturistica\u201d dove potevano mangiare i visitatori giornalieri. L\u2019albergo era dotato di corrente elettrica, telefono, aveva un medico presente e proponeva passeggiate, escursioni, bagni di sole e cura lattea.\u2028Con la costruzione dell\u2019ovovia, l\u2019albergo fior\u00ec e condusse&nbsp; per mano Alagna nella rottura col suo passato di enclave Walser durato 700 anni, verso un futuro di funivie, businnes e speculazioni edilizie.<\/p>\n\n\n\n<div class=\"wp-block-image\"><figure class=\"alignleft\"><a href=\"http:\/\/alagna.it\/wp-content\/uploads\/2014\/02\/3.jpg\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"1024\" height=\"768\" src=\"http:\/\/alagna.it\/wp-content\/uploads\/2014\/02\/3.jpg\" alt=\"3\" class=\"wp-image-2259\" srcset=\"https:\/\/www.alagna.it\/wp-content\/uploads\/2014\/02\/3.jpg 1024w, https:\/\/www.alagna.it\/wp-content\/uploads\/2014\/02\/3-200x150.jpg 200w, https:\/\/www.alagna.it\/wp-content\/uploads\/2014\/02\/3-768x576.jpg 768w, https:\/\/www.alagna.it\/wp-content\/uploads\/2014\/02\/3-306x230.jpg 306w\" sizes=\"auto, (max-width: 1024px) 100vw, 1024px\" \/><\/a><\/figure><\/div>\n\n\n\n<div class=\"wp-block-image\"><figure class=\"alignleft\"><a href=\"http:\/\/alagna.it\/wp-content\/uploads\/2014\/02\/4.jpg\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"1024\" height=\"768\" src=\"http:\/\/alagna.it\/wp-content\/uploads\/2014\/02\/4.jpg\" alt=\"4\" class=\"wp-image-2261\" srcset=\"https:\/\/www.alagna.it\/wp-content\/uploads\/2014\/02\/4.jpg 1024w, https:\/\/www.alagna.it\/wp-content\/uploads\/2014\/02\/4-200x150.jpg 200w, https:\/\/www.alagna.it\/wp-content\/uploads\/2014\/02\/4-768x576.jpg 768w, https:\/\/www.alagna.it\/wp-content\/uploads\/2014\/02\/4-306x230.jpg 306w\" sizes=\"auto, (max-width: 1024px) 100vw, 1024px\" \/><\/a><\/figure><\/div>\n\n\n\n<p>Davvero i Walser avrebbero rinunciato cos\u00ec facilmente alla Walserfreiheit? O lo spirito di Antonio Zanoltis dictus Grober, di Enrigetus de Pe de Myot, di Heinz Antonius avrebbero punito i discendenti infedeli?L\u2019<strong>albergo Belvedere si affacci\u00f2 fiorente al 1970<\/strong>, ma il 2 luglio <strong>bruci\u00f2 per un corto circuito.<\/strong> Erano passati 20 anni esatti dall\u2019inaugurazione della funivia avvenuta il 2 luglio 1950. Problemi all\u2019impianto elettrico si erano gi\u00e0 verificati la settimana precedente il fatto, tant\u2019\u00e8 che in albergo era presente il Bertulla, falegname di Roccapietra, che stava riparando i danni ad un bagno che si era incendiato. Non ci fu nulla da fare per l\u2019albergo in fiamme, al Belvedere non c\u2019\u00e8 acqua e la cisterna che lo riforniva, termin\u00f2 in fretta. Nelle vicinanze della costruzione non ci sono torrenti e l\u2019acqua, pompata dalla frazione Dorf con 2 pompe elettriche fu del tutto insufficiente per fermare l\u2019incendio. L\u2019anno dopo, raccolti i resti bruciati in un grande terrapieno, prima che la stagione estiva ripartisse, si costru\u00ec in velocit\u00e0 un ristorante prefabbricato, gestito da Piero Tapella. Inaugurato venerd\u00ec 17 luglio 1971 con presagi infausti- la data innanzitutto, il vento che scuoteva l\u2019edificio e la mamma del Tapella che cadde nella sala da pranzo pronta per il pranzo inaugurale, lussandosi un dito-, chiuder\u00e0 definitivamente 13 giorni dopo. L\u2019edificio si sfond\u00f2 poi nell\u2019inverno dell\u2019anno successivo, il nevoso 1972, sotto il peso delle abbondantissime nevicate, probabilmente perch\u00e9, nella fretta di terminare la costruzione, le capriate del tetto erano state montate al contrario e per consentire il passaggio dei tubi del riscaldamento si rese necessario fare dei tagli in alcune di esse. Con la<strong> costruzione dell\u2019ovovia<\/strong>, il <strong>Belvedere<\/strong> perse come priorit\u00e0 la stagione estiva e si avvi\u00f2 a diventare il<strong> centro<\/strong> di una rinomata stazione sciistica. Furono costruiti <strong>4 impianti di risalita<\/strong>: un seggiovia monoposto che collegava la frazione Feglierc con il Belvedere, uno skilift che dal Belvedere saliva verso il Torru, uno in direzione di Suna, che fu per\u00f2 quasi subito travolto da una valanga e una manovia che, poco dopo la frazione Follu, saliva in direzione della Scarpia. <strong>Otro<\/strong> divenne in fretta una <strong>stazione fiorente<\/strong>, innovativa e in crescita; furono tracciate e ripulite le piste, che erano battute con gli sci da squadre di ragazzi di Alagna, Enrico Chiara apr\u00ec un noleggio di sci, nacque la scuola di sci, arriv\u00f2 il primo gatto delle nevi, un Lamborghini che pare non abbia quasi mai funzionato. Le piste furono allargate e spianate dall\u2019impresa Chiara, si chiamarono tecnici esperti per la progettazione e la stazione decoll\u00f2. Il Biel, pista che dal Belvedere scendeva in direzione di Follu, la Seghi, cos\u00ec chiamata in onore di Celina Seghi, campionessa olimpica, bronzo ai mondiali di Aspen del 1959, che la aveva inaugurata, la Dagardo, che scendeva sotto il Belvedere in direzione di Feglierec e la Camoscetta con la sua variante, che scendevano ad Alagna diventano piste moderne e parco dei divertimenti di una generazione post bellica che voleva ritrovare l\u2019allegria che guerra aveva rubato. I walser erano un passato lontano quasi dimenticato, ma non per tutti.Racconta Giorgio Enzio, classe 1939, che per i ragazzi di Alagna non era abituale poter sciare a Otro per via dei costi proibitivi, anche se c\u2019erano tessere per i residenti a prezzo ridotto e quindi molti partecipavano alla battitura delle piste per poter usufruire gratuitamente della stazione. \u00a0Un gioco che li appassionava era la discesa dal Belvedere in velocit\u00e0, cercando di arrivare in paese prima che gli ovetti avessero compiuto un giro completo. Considerato che gli ovetti viaggiavano alla velocit\u00e0 di 3 m al secondo e il dislivello Alagna Belvedere era di 600 metri, si trattava davvero di tempi da record. <strong>Alagna e gli alagnesi furono catapultati nel business degli sport invernali<\/strong>. Si modific\u00f2 l\u2019assetto urbano del centro e lentamente anche\u00a0l\u2019economia. Il primo passo fu la <strong>costruzione<\/strong> della piazza antistante la stazione di valle, oggi <strong>piazza Regina Margherita.<\/strong> Il 16 febbraio 1950 Enrico Grober, proprietario della funivia, scriveva a Pietro Smitt, domiciliato a Lione in Francia, proprietario della villa oggi chiamata Casa Smitt per chiedere di acquistare il prato sul lato destro della casa per creare un piazzale per l\u2019ovovia, indispensabile per il buon funzionamento dell\u2019impianto. Mancavano 4 mesi all\u2019inaugurazione, e la trattativa era solo all\u2019inizio. Lo Smitt non rispose subito e l\u2019allora sindaco Giuseppe Giordano avvi\u00f2 un atto di esproprio nei confronti dello Smitt, che lo indusse a vendere al Grober. Il primo luglio la piazza era pronta.Ma non tutti gli alagnesi erano contenti, i discendenti dei Walser guardavano ormai con ostilit\u00e0 alla famiglia Grober, proprietaria della funivia. Alagnesi di antica tradizione, i Grober, arricchitisi alberghiero e manifatturiero si erano allontanati dalla componente sociale agricolo pastorale da cui provenivano. \u00a0E l\u2019invidia o forse la paura del cambiamento, di certo la fede in una tradizione secolare, mosse la critica e si \u00a0cominci\u00f2 a sussurrare di guadagni illeciti, di usura, di atteggiamenti dispotici e vessatori. Non piacque per nulla ai discendenti dei coloni del Vallese, che la funivia fosse costruita sull\u2019area dove la tradizione ricordava essere stato il primo cimitero della comunit\u00e0.I walser, a partire dalla fine del 1200 avevano fondato sul territorio alagnese piccoli centri urbani autosufficienti, dotati di mulino, fontana, forno per il pane e spesso oratorio. Questi oratori erano semplici cappelle dove le funzioni venivano celebrate occasionalmente. <strong>Alagna<\/strong> ebbe per\u00f2 la sua <strong>chiesa e il suo parroco solo nel 1475.<\/strong> Prima di quell\u2019anno, la cappella di Pedelegno, di cui ancora oggi si conserva il portone d\u2019ingresso, veniva utilizzata per le messe del parroco incaricato in trasferta, e nei suoi pressi c\u2019era il cimitero. La memoria di questo antico cimitero si perde nel tempo e dell\u2019antica Chiesa si sa solo che nel 1414 esisteva, ma la memoria collettiva negli anni \u201950 conservava ancora il sentore della sacralit\u00e0 del luogo. Nonostante il tab\u00f9 sociale, i Grober costruirono comunque su quel luogo la loro ovovia, ignorando il malessere della della comunit\u00e0.Nel 1965, il 1 maggio si inaugurarono gli impianti di punta Indren, ma l\u2019ovovia continuava a fare numeri e la stazione di Otro era un centro mondano conosciuto e ambito.\u00a0La storia si interruppe bruscamente il 1 agosto 1971 alle 10.30, in un tragico incidente in cui persero la vita Alessandro e Marina Ardizzola di 16 e 12 anni, Francesco Ducci di 29 e la moglie Maria Luisa Ponzano di 31. Erano passati 20 anni esatti dalla messa in funzione dell\u2019impianto avvenuta il<strong> 1 agosto 1971 alle 10.30<\/strong>. <strong>La cabina 8<\/strong>, che trasportava i ragazzi Ardizzola, giunta alla parete del genep\u00ec, tra l\u2019ottavo e il nono pilone, <strong>incominci\u00f2 a<\/strong> <strong>scivolare sulla fune<\/strong>. Le bronzine che si trovavano all\u2019interno della morsa che agganciava la cabina alla fune, si consumarono per la frizione e l\u2019accelerazione aument\u00f2 progressivamente, portando la cabina 8 a schiantarsi contro la 9 con un impatto fortissimo. La cabina 7 (su cui viaggiavano i genitori dei ragazzi Ardizzola, che assistettero impotenti al disastro) e 10 (su cui viaggiano Ivano Montresor e Angela Brocca) trascinate dalla fune sollevata dall\u2019onda prodotta dall\u2019impatto delle due cabine precedenti, furono spinte quasi a terra e quindi riportate in alto per giungere tra gli scossoni in stazione. La caduta della fune all\u2019esterno delle rulliere fu la salvezza per gli occupanti della cabina 10, perch\u00e9 se l\u2019onda avesse spinto la fune sul braccio del pilone, la fune avrebbe cominciato a incidere il braccio e la\u00a0 cabina si sarebbe incastrata contro il pilone per scivolare poi a valle quando la consunzione delle bronzine lo avrebbe permesso.In entrambe le stazioni, quella di valle dove c\u2019erano Luciano Enzio, veterano dell\u2019impianto e Felice Vannetti secondo la Stampa, Luciano Guala secondo i racconti della gente di Alagna, e in quella di monte dove c\u2019erano Augusto Antonietti e Giovanni Bendotti nessuno si accorse dell\u2019accaduto, poich\u00e9 la fune, sollevatasi ben oltre le previsioni, non spezz\u00f2 il filo di sicurezza, che stava nelle rulliere ma usc\u00ec di sede e cadde fuori dal pilone. Arrivati in stazione i sopravvissuti e appresa la notizia dell\u2019incidente, Augusto Antonietti si precipit\u00f2 sul luogo del disastro. I signori Ardizzola furono accompagnati a piedi ad Alagna da Piero Tapella e sistemati in albergo e sedati, in attesa di poter procedere al riconoscimento dei corpi dei figli. Da Alagna saliva invece Claudio Enzio, allora 17enne che era stato mandato dal padre che, inconsapevole della gravit\u00e0 dei fatti, immaginava si fosse prodotto un guasto all\u2019impianto del telefono, perch\u00e9 non riusciva a comunicare con la stazione di monte. Giunto all\u2019ottavo pilone Claudio si trov\u00f2 davanti il disastro, nel mentre lo raggiungeva da monte Augusto Antonietti che lo aiut\u00f2 a piazzare il telefono per comunicare l\u2019accaduto. L\u2019area venne chiusa, arrivarono le forze dell\u2019ordine, furono messe sotto sequestro le parti meccaniche coinvolte e nel pomeriggio una squadra di soccorritori pot\u00e9 provvedere al recupero delle salme, in una giornata caldissima con temperature fuori dalla media stagionale. L\u2019area fu presidiata per i 20 giorni successivi, si mont\u00f2 una tenda dove i dipendenti dell\u2019ovovia a turno giorno sorvegliarono la zona, in attesa che l\u2019area fosse dissequestrata. Racconta Ivano Montresor 40 anni dopo: Angela ed io, 22 anni lei, 24 io, su consiglio di un collega di lavoro ci recammo quel giorno ad Alagna, tra l\u2019altro era la prima volta che ci andavamo, per salire al Belvedere e trascorrere una bella domenica e cominciare ad assaporare il gusto delle vacanze che sarebbero iniziate la settimana seguente. Appena giunti ad Alagna, ci recammo alla stazione di risalita dell\u2019ovovia del Belvedere. Gi\u00e0 alla prima vista dell\u2019impianto rimanemmo un tantino\u00a0 perplessi in quanto l\u2019impianto si presentava ai nostri occhi vecchiotto e ci ricordava una giostra da luna park. La prima esclamazione di Angela giunti in stazione fu: io su quel catorcio non ci salgo, segu\u00ec da parte mia opera di convincimento, ma dai, cosa vuoi che succeda, funziona da vent\u2019anni e non \u00e8 mai successo nulla, e poi cosa facciamo, ritorniamo a casa nella torrida Milano? ormai\u00a0 siamo qui e non vedo perch\u00e9 non dovremmo salire: questa sua esitazione ci salv\u00f2 la vita\u2026.!!!! Infatti nel frattempo che noi si discuteva, una coppia di giovani sposi ci pass\u00f2 davanti alla biglietteria e prese la cabina che avremmo dovuto prendere noi. Dopo qualche insistenza Angela si convinse e salimmo anche noi sulla cabina che seguiva. Non dico la paura di Angela durante la risalita, era terrorizzata, io invece ero tranquillo e le dicevo: guarda che bel panorama, dai non fare la sciocca, lei guardava il fondo della cabina e non aveva il coraggio di alzare lo sguardo. Giunti penso oltre la met\u00e0 del percorso di risalita, all\u2019improvviso sentimmo dei forti scossoni, Angela cadde in avanti e sbatt\u00e9 un ginocchio contro la cabina, mettendosi ad urlare: ma cosa sta succedendo?? a quel punto venni preso dal panico pure io, infatti la cabina cominci\u00f2 ad abbassarsi e fin\u00ec per sbattere\u00a0 contro i rami degli alberi per poi venire nuovamente sollevata e, strisciando sulle rocce and\u00f2 a sbattere contro un pilone. A quel punto realizzai che qualcosa di tragico stava succedendo, guardai verso il basso e vidi i rottami delle cabine precipitate sotto di noi ed un corpo riverso sull\u2019erba; furono istanti terribili che non potr\u00f2 mai rimuovere dalla mia memoria, intanto la cabina dondolando a destra e a manca finalmente giunse alla stazione a monte. Qui ci fu una scena straziante: i genitori dei ragazzini che volevano scendere dal dirupo per raggiungere i figli precipitati gridando i miei figli, i miei figli, i due addetti all\u2019impianto rimasero sgomenti e non avevano ancora realizzato che era successa la disgrazia, dopo qualche attimo di smarrimento, contati i numeri delle cabine esclamarono: Dio mio sono cadute due cabine, presero in mano il telefono e girando vorticosamente la manovella dissero alla stazione a valle: fermate tutto, \u00e8 successa una tragedia. Troppo\u00a0 tardi per poter fare qualcosa, con la forza trattenemmo i genitori disperati che ancora volevano raggiungere i figli e con l\u2019aiuto del proprietario del ristorante Belvedere, il quale mettendosi le mani nei capelli esclam\u00f2: sono rovinato..!! ci incamminammo per raggiungere Alagna con i genitori che a stento riuscivano a camminare straziati dal dolore. Giunti ad Alagna vedemmo qualche centinaio di persone sul piazzale, che armati di binocoli guardavano verso la montagna, e fu l\u00ec che ci diedero la notizia che i quattro occupanti le due cabine precipitate erano tutti deceduti, a questo punto fummo trasferiti alla caserma dei carabinieri in qualit\u00e0 di testimoni dell\u2019accaduto dove rilasciammo la nostra testimonianza. Per fortuna siamo qui a raccontare la nostra triste esperienza, ci volle parecchio tempo per rimuovere dalla nostra mente questo tragico accaduto, Angela non prese mai pi\u00f9 un mezzo di risalita e per quasi 30 anni non vol\u00f2, solo da qualche anno ha ripreso a volare dopo aver frequentato un corso Alitalia \u201cPaura di volare\u201d. L\u2019ipotesi pi\u00f9 riferita sulla causa del disastro fu che la cabina 8 fosse stata agganciata sull\u2019impalmatura della fune, che nei 14 metri in cui viene intrecciata per unirla, risulta avere un diametro leggermente pi\u00f9 grande. Questa ipotesi per\u00f2 non \u00e8 mai stata certificata dall\u2019inchiesta seguita alla sciagura. Molto pi\u00f9 probabilmente si tratt\u00f2 di una torsione della fune, come riferisce Claudio Enzio,\u00a0cresciuto \u201cdentro la funivia\u201d perch\u00e9 figlio del caposervizio Luciano Enzio. Nel 1970 la fune era stata controllata ed era risultata idonea in quanto non presentava rotture dei cavi componenti, tuttavia era noto a tutti che si fosse assottigliata (era stata gi\u00e0 tagliata a seguito dell\u2019allungamento fisiologico) ma soprattutto che fosse molto \u201cnervosa\u201d. L\u2019ammorsamento su un punto di torsione della fune, non potendo sfogare la forza sulla cabina che pesava molto, provocava un piccolo slittamento della cabina sulla fune con un caratteristico rumore che era noto gli operatori ma che purtroppo pass\u00f2 inosservato. Lo slittamento avvenuto sulla massima pendenza fu fatale perch\u00e9 l\u2019accelerazione massima dovuta alla pendenza, aumentando la forza con cui la cabina scivol\u00f2, avvi\u00f2 la consunzione delle bronzine e il conseguente schianto. L\u2019ovovia era senza dubbio un impianto d\u2019avanguardia, innovativo e moderno per i tempi ma comunque primitivo. Gi\u00e0 dopo 5 anni di funzionamento si rese necessario cambiare la maggior parte dei piloni poich\u00e9 appariva sempre pi\u00f9 evidente che non erano in asse e non garantivano una distanza uniforme del cavo portante da terra.\u00a0Cos\u00ec molti piloni furono tolti e molti plinti rifatti. Claudio Enzio ricorda che i piloni erano accatastati davanti alla casa parrocchiale e ai bambini di Alagna piaceva giocare tra quei rottami. L\u2019ammorsamento automatico delle cabine avveniva tramite una rampa di lancio di circa 10 metri avviata da un motore elettrico (e in caso di black out da un motore a scoppio Lancia). Le cabine, spinte alla velocit\u00e0 di 3 metri al secondo, si agganciavano alla fune con una morsa azionata da due molle. L\u2019aggancio era sempre un terno al lotto perch\u00e9 le cabine raggiungevano la velocit\u00e0 di 3 metri al secondo raramente perch\u00e9 l\u2019accelerazione, condizionata dal peso della cabina, era evidentemente variabile. La distanza tra una cabina e l\u2019altra era calcolata in modo empirico; l\u2019operatore che faceva partire le cabine guardava nell\u2019obl\u00f2 di destra sulla parte lignea della facciata della stazione, che inquadrava il pilone di fum Shally e quando una cabina raggiungeva quel punto, faceva partire quella successiva. L\u2019impianto aveva 16 cabine, di cui 8 venivano tenute a valle e 8 a monte. Aveva una portata oraria di 110 persone e il record lo raggiunse con l\u2019affluenza di 980 persone (sono praticamente 12 ore di funzionamento ininterrotto!). Anche l\u2019arrivo a monte era difficile perch\u00e9 le cabine in velocit\u00e0 costante venivano spostate su un binario morto e decelerate a mano. Il compito di prenderle e decelerale era affidato oltre che agli operatori, ai ragazzini del paese cui pare piacesse molto il gioco. Insomma un impianto funiviario agli esordi con il fascino e le pecche di un primo modello.Il primo agosto 1971 per l\u2019impianto pioniere di Otro il tempo si \u00e8 fermato e ancora oggi a distanza di quasi 41 anni la cabine 7 e 10 sono li, appese, in attesa di essere spostate sul binario morto, come dopo ogni arrivo normale, le cabine 8 e 9 sono ancora a terra, accartocciate nel bosco, le cartoline e le immagini sono diventate difficili da trovare e la storia si affievolisce nella memoria di chi l\u2019ha vissuta, in attesa che il tempo la cancelli.<\/p>\n\n\n\n<figure class=\"wp-block-gallery has-nested-images columns-default is-cropped wp-block-gallery-2 is-layout-flex wp-block-gallery-is-layout-flex\">\n<figure class=\"wp-block-image size-medium\"><a href=\"https:\/\/www.alagna.it\/wp-content\/uploads\/2014\/03\/215.jpg\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"308\" height=\"210\" data-id=\"5679\" src=\"https:\/\/www.alagna.it\/wp-content\/uploads\/2014\/03\/215-308x210.jpg\" alt=\"\" class=\"wp-image-5679\"\/><\/a><\/figure>\n\n\n\n<figure class=\"wp-block-image size-medium\"><a href=\"https:\/\/www.alagna.it\/wp-content\/uploads\/2014\/03\/312.jpg\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"308\" height=\"210\" data-id=\"5681\" src=\"https:\/\/www.alagna.it\/wp-content\/uploads\/2014\/03\/312-308x210.jpg\" alt=\"\" class=\"wp-image-5681\"\/><\/a><\/figure>\n\n\n\n<figure class=\"wp-block-image size-medium\"><a href=\"https:\/\/www.alagna.it\/wp-content\/uploads\/2014\/03\/45.jpg\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"308\" height=\"210\" data-id=\"5683\" src=\"https:\/\/www.alagna.it\/wp-content\/uploads\/2014\/03\/45-308x210.jpg\" alt=\"\" class=\"wp-image-5683\"\/><\/a><\/figure>\n\n\n\n<figure class=\"wp-block-image size-medium\"><a href=\"https:\/\/www.alagna.it\/wp-content\/uploads\/2014\/03\/55.jpg\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"308\" height=\"210\" data-id=\"5685\" src=\"https:\/\/www.alagna.it\/wp-content\/uploads\/2014\/03\/55-308x210.jpg\" alt=\"\" class=\"wp-image-5685\"\/><\/a><\/figure>\n\n\n\n<figure class=\"wp-block-image size-medium\"><a href=\"https:\/\/www.alagna.it\/wp-content\/uploads\/2014\/03\/64.jpg\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"308\" height=\"210\" data-id=\"5687\" src=\"https:\/\/www.alagna.it\/wp-content\/uploads\/2014\/03\/64-308x210.jpg\" alt=\"\" class=\"wp-image-5687\"\/><\/a><\/figure>\n<\/figure>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>C\u2019era una volta un paese tra le montagne; un paese orgoglioso, presuntuoso e ambizioso. 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