Storia delle miniere di Manganese

minere di manganese Le miniere di manganese di Alagna: vita di paese negli anni della seconda guerra mondiale.

Il manganese è un metallo usato dall’uomo fin dalla preistoria: pigmenti a base di diossido di manganese sono stati ritrovati in pitture rupestri di 17.000 anni fa, gli egizi e i romani lo usavano a fabbricazione del vetro, gli spartani lo univano al ferro per garantire alle loro armi la leggendaria durezza. Oggi è indispensabile per la produzione  dell’acciaio inossidabile e nelle leghe di alluminio. Tra le due guerre mondiali in funzione delle scelte autarchiche del governo Mussolini, si intensificarono su tutto il territorio italiano le ricerche dei metalli e del manganese in particolare, che veniva impiegato dall’industria aeronautica. In questo contesto storico,  le Ferriere Piemontesi, nate nel 1907 e acquistate dal gruppo FIAT nel 1917, votate alla produzione di acciai speciali, armi e proiettili oltre che ruote, cerchioni e pezzi di carrozzeria, ottennero il 28 novembre 1938 il permesso di sfruttare il giacimento di manganese affiorante in località Belvedere, presso Otro. Contemporaneamente estendevano i loro sforzi su due concessioni limitrofe: quella chiamato Punta Strailing in alta val D’ Otro e nella zona sotto il corno Rosso che ottennero nel 1940. Fino ad allora la concessione per lo sfruttamento del giacimento del Belvedere era stata dell’A.M.M.I, società  che aveva in Valsesia numerose coltivazioni minerarie tra cui Doccio, Balmuccia, Sella Bassa a Scopello e Becco d’Ovaga a Varallo.

L’A.M.M.I tuttavia spostò progressivamente i suoi interessi dalla Valsesia alla Val D’Ossola, lasciando la coltivazione in Val d’Otro pressoché inutilizzata. Fu la subentrante FIAT che si dedicò a nuove ricerche ed accolse con entusiasmo e soddisfazione la “scoperta” della miniera di Alagna-Otro alla quale destinò investimenti importanti. 

Wally  Moretti vedova Farinetti, impiegata presso la segreteria delle miniere ricorda di aver assistito alle analisi del minerale effettuate dagli ingegneri della Fiat “in modo artigianale e con macinatura manuale” e rammenta la loro soddisfazione per la qualità del minerale estratto, di colore rosa, che non presentava tracce di  nichel-ferro presenti invece nelle altre miniere valsesiane. 

Superate positivamente le fasi di valutazione del sito, la FIAT avviò con rapidità la costruzione di una teleferica per il trasporto del materiali con sbarco in località Fabbriche a un centinaio di metri a sud del ponte sul torrente Otro, rialzata rispetto alla strada carrozzabile, per facilitare il carico dei mezzi di trasporto. Avviò la costruzioni in prossimità dell’ingresso della miniera di alcuni depositi di materiale, di un locale destinato ad ospitare le macine e le tramogge e di un ricovero per gli esplosivi. Vennero ingaggiati un numero importante di operai e fu locata una casetta in paese dove vennero collocati gli uffici e un piccolo alloggio per il personale. Un servizio mensa era stato convenzionato invece con l’albergo Stainer per gli impiegati e i dirigenti, mentre per i minatori cucinava la valdostana signora Thiebat.

Racconta Wally: “personalmente, avendo alle spalle un’esperienza lavorativa presso l’A.M.M.I, abbandonata per l’indisponibilità paterna ad accettare il trasferimento in Val d’Ossola propostomi, potevo apprezzare l’impegno profuso dalla FIAT nell’iniziativa”. Progressivamente la miniera di manganese assunse in paese la meritata importanza e, nel gergo comune, fu chiamata  “la Minera”, quasi a volerne sottolineare l’unicità. Per il trasferimento del minerale erano usati camion  di dimensioni imponenti che provvedevano al trasporto sino a Varallo dove il materiale veniva caricato su carri ferroviari con destinazione Torino. “Corso Mortara, 7” dice Wally “sono state talmente tante le lettere che ho indirizzato alla direzione della FIAT che, nonostante siano passati quasi 70 anni, quella via non la posso dimenticare”.

Il numero dei dipendenti della miniera crebbe velocemente: dai 17 del 1940 ai 66 del 1941 altrettanto velocemente diminuì finita la guerra. Nel 1946 erano 64, nel 1947 31 e nel 1948 26. Si continuò ancora fino all’estate del 1949 con 8 uomini. Nell’ottobre, alla scadenza del permesso, il cantiere era già stato abbandonato. “Erano anni in cui in tutta la strada che portava in val d’Otro non si trovava un rametto sui sentieri, i boschi errano puliti perché gli operai tornando a casa raccoglievano la legna. Sul sentiero per Otro pareva che ci fosse passata la nettezza urbana” raccontava Franco Fanetti, che alla miniera lavorò negli anni della guerra. Suo padre Giuseppe, che era stato nei Carabinieri, era invece custode degli esplosivi e lì trascorreva le notti, perché in quegli anni difficili era necessario controllare che non venissero rubati.

Alla miniera ci fu anche un incidente mortale che costò la vita a Emilio Berta di Balmuccia; una carica inesplosa, gravia, come si diceva in gergo, racconta Alberto Gualdi classe 1919, esplose mentre i minatori cercavano di disinnescarla. “Non tutti sapevano montare le cariche, bisognava avere esperienza e tanti lavoravano in miniera per non andare in guerra e così non c’era tempo di addestrarli. Quando  la prima carica esplodeva le lampade ad acetilene si spegnevano per lo spostamento d’aria e si restava al buio, magari a 100 m sottoterra, e bisognava restare calmi e contare che tutte le cariche fossero esplose. Ma chi non era preparato, si spaventava, aveva paura. Un ragazzo che avevano mandato con me, mi era scappato, e urlava nella galleria e io non sapevo come prenderlo. Moc, l’era gnù moc. A me piaceva fare quel mestiere, poi c’era silenzio, nelle gallerie faceva caldo e si poteva anche dormire un po’. Le miniere e i minatori furono il cuore vivo dell’Alagna degli anni della guerra; gli uomini non partiti per il fronte ci lavoravano, l’attività produttiva dava una parvenza di vita normale e i proventi della miniera aiutarono diverse famiglie non morire di fame. E fu allo spaccio delle miniera che si festeggiò la fine della guerra con un grande ballo cui partecipò tutta, ma proprio tutta la gioventù. E pare fu un grande festa con una damigiana di vino messa al centro della sala dove tutti potevano bere, e poi la fisarmonica e i balli e probabilmente anche una grande rissa, una festa magnifica che è rimasta viva nel cuore di chi oggi è ancora qui a ricordarla.

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