ascensione al Castore

L’ascensione al Castore: un giro di valzer sui miei pensieri migliori

Non sono un’alpinista

Mi piace camminare, ma solo se c’è il sole, la temperatura è mite e la fatica media. Però sono curiosa, mi piacciono le storie e leggo il giornale tutte le mattine. Quando l’8 agosto ho visto la notizia dell’inaugurazione del rinnovato rifugio Quintino Sella in una versione green e rispettosa dell’ambiente, ho approfondito per capire e ho deciso, che ci sarei andata. Che la scelta sia venuta per noia, curiosità o spirito eco non importa, il risultato è stato inaspettato e l’aspettativa di gran lunga superata. Leggendo delle meraviglie del rifugio Quintino Sella, ho imparato, che è base dell’ascensione al Castore, uno dei 4000 più accessibili del Monte Rosa. Per me, che conoscevo Castore solo come figlio mortale di Leda, progenie di Tindaro nato con l’immortale Polluce in un vortice di gossip mitologico, la montagna era solo un nome tra i tanti.

Una salita per molti con le guide di Alagna o Gressoney

Essendo un 4000 alla portata di molti, ma non per inesperti, ho deciso di prenotare una guida del monte Rosa per guardare Castore da una prospettiva diversa; il mito mi lusinga da sempre ma quest’estate ho bisogno di un bagno di realtà! Arrivare al rifugio Quintino Sella è stato semplice, 3 ore di sentiero con una via attrezzata finale, che qualche brivido me lo ha regalato ma che ho affrontato chiacchierando fitto con la guida, che mi ha sopportata con pazienza.

La notte in rifugio è stata facile

Il  Quintino Sella al Felik è proprio come avevo letto sul giornale: accogliente, caldo, innovativo, con una sala magnifica: me lo sono vissuto senza pensieri, con qualche birra e tante chiacchiere, come ci si può immaginare una sera in rifugio; non mi sono accorta di essere a 3585 m.

La salita al Castore non si improvvisa

La mattina successiva Andrea, la guida che si è presa cura della mio sprovveduto entusiasmo, mi ha fatta alzare alle 4! In 3 ore eravamo in cima al Castore e sono state ore, che non dimenticherò. Ho imparato a non impigliarmi i ramponi nelle ghette, a tenere la piccozza dalla parte giusta e ho lasciato fluire i miei pensieri migliori. Non posso dire di non aver fatto fatica, ma è stato un impegno equilibrato, ripagato da emozioni forti. Ho spiato dall’alto Gressoney addormentata, ho respirato l’alba arancione davanti ai Lyskamm, strizzando gli occhi per vedere le luci della Capanna Gnifetti. E infine sono sbucata su una cresta affilata, che mi ha spaventata un po’ ma che Andrea mi ha insegnato a governare con la leggerezza di una professionalità acquisita. E quando sono arrivata in vetta avevo attorno a me il Cervino, il Gran Paradiso, il monte Bianco, il Monviso e ho avuto coscienza di quanto sono piccola ma fortunata.

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